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Sul Perchè il gruppo

Per un intervento psicoterapeutico orientato al presente

Certo è che la scelta di lavorare in gruppo nel contesto di una psicoterapia a oggi non segna il prendere atto di ospedali colmi di pazienti a cui non si sa come far fronte o del ritorno in massa di sopravvissuti alla guerra sconvolti dalla drammaticità degli sviluppi e delle loro stesse azioni. Oggi l’intervento di gruppo in Italia non è condizione di evento storico che traccia le linee della necessità.

Oggi intervenire terapeuticamente attraverso il gruppo è segno di una scelta che tiene conto di un progressivo movimento che nella società occidentale prevede l’individualità e la chiusura del soggetto e una maggiore richiesta di bisogno a partire dalle fatiche annesse. Esso è un atto terapeutico di contro-cultura, facendo con questo riferimento proprio all’individualismo che attanaglia il tempo presente. Il gruppo è di per sé terapeutico in quanto luogo alternativo a quello proposto e prospettato in una società individualmente orientata, al cavarsela da sé, per meriti, fortuna o condizioni varie. Siamo in un tempo dove la persona continua a porsi delle domande senza guardarsi e guardare in faccia se stesso e l’altro, con il desiderio immediato di ritornare all’efficienza e alla certezza prevista da questa. Lo stesso rivolgersi allo psicologo, seguendo la prospettiva descritta, è il segno di un fallimento nel cavarsela da sé. Il gruppo nella sua costituzione include la presenza, i volti, gli sguardi, prevede un umanizzare. Nel gruppo si valorizza e sostiene non tanto il capire, inteso come movimento intellettuale, ma un comprendere, un cercare di afferrare dei vissuti, un coglierci disarmati e un essere disposti a prenderne atto.

Il gruppo sostiene un movimento che prevede l’altro come occasione per la scoperta e la ri-scoperta di sé; esso è un dispositivo per incoraggiare le persone a guardarsi, a mettersi in dubbio, ad ascoltarsi a partire dai racconti delle vite altrui.

Da una cura orientata sull’individualità e il bisogno di questa, finiamo per non poter aprire lo sguardo al mondo. Anche i nostri progetti e studi si indirizzano su questa linea, un esempio è tutto il filone degli studi sull’attaccamento, dove vi è un gioco di presenze e assenze di un figlio, una mamma e un estraneo, poiché in linea con quello che osserviamo e pensiamo, con quanto appartiene alla nostra cultura della cura genitoriale. L’estraneo è l’altro che non si conosce, l’incognita, la X, scelta a partire dal previsto identificato nella mamma, l’estraneo è uguale in quanto X a ogni altra X, senza differenze. Quest’ultimo è un punto da non dare per scontato, l’incognita, ossia quello che non conosciamo, non è detto che sia uguale in ogni forma, non si può realmente ridurre una persona a una X, inoltre la X a seconda di dove viene collocata assume potenzialità completamente differenti anche dentro un’espressione algebrica.

Cosa accadrebbe se ci rivolgessimo a società e culture ben distanti dalla nostra? Dove il figlio è figlio di una pluralità di famiglie, di un quartiere, di una tribù, di una comunità. Esso incontra diversi riferimenti, si apre a un altro, che non è l’incognita, è un altro di riferimento o di possibile riferimento. Le cure non avvengono con la mamma detentore esclusivo per il piccolo del suo poter vivere* , ma con l’altro, tanti altri, allora il presentimento della famiglia nostra come bene, o comunque luogo conosciuto, e il mondo come male, o luogo sconosciuto, inizia a cedere, esistono tanti altri e tanti sguardi. Un figlio esposto a quella cultura possiamo presumere incontri tanti modi di intervenire.

Con questo non voglio proporre nuovi modi di allevare i figli, quanto affermo non è una critica ai riguardi dei modi in cui ci occupiamo della cura dei figli o studiamo le stesse, ma è un’osservazione dei modi che abbiamo, del nostro darli per scontati e del credere che le cose stanno così e non possano essere altrimenti.

Queste precisazioni nascono dal mio pensiero sulla cultura attuale, per cui credo che quando si incontri una difficoltà o qualcosa che potrebbe apparire non efficiente, la proposta comune sia chiedersi come cambiare qualcosa e non come prenderla di per sé. Questo mio pensiero è relativo all’idea di una cultura, di cui ognuno è attivo costituente, che fatica ad accettare le cose come stanno e cerca di convincersi che si può fare qualcosa per cambiare in meglio (che poi cosa sia questo ‘meglio’ è da capire). Esporre le idee che ho di cultura attuale e del mio modo di vederla, fornisce spiegazioni alle mie spiegazioni; forse conferisce meno autorità al pensiero scientifico, razionale e lucido da cui questo articolo prende le distanze. Eppure ho un’altra convinzione, che in qualche modo tutti noi abbiamo dei concetti che utilizziamo con minore e maggiore consapevolezza e continuo a guardarmi con sospetto da chi si offre come detentore di verità assolute e di esposizioni che prescindono da suoi sentimenti, idee, motivazioni e credenze.

La molteplicità a oggi apre a una cura consapevole della nostra condizione di umani che necessitano dell’altro, che non hanno verità assolute e che possono anche sentire l’emotività personale come uno stato loro più che un fastidio da togliere. Invece viaggiamo su culture dove ci diciamo che abbiamo la necessità degli altri ma continuiamo a chiuderci individualmente, ad andare avanti e a farlo a in modo poco riflessivo.

E’ necessario adattarsi a una metodologia di intervento che segua il tempo presente, non che lo agisca. Quindi non un intervento che pensi alla persona come non efficiente, da rimettere a posto, per continuare a essere macchina produttiva tra le altre, con il sintomo che rappresenta la rottura da riparare. Piuttosto un intervento che offra alternative nell’umanizzare, nell’accogliere le fragilità, nel sentire che la sensazione di isolamento, è una sensazione, e che per sfuggire da questa a volte finiamo per isolarci realmente dagli altri.

E’ necessario un intervento che ci aiuti a ricollocarci al centro, non al centro del mondo ma al centro del proprio di mondo.

In ultima istanza, credo che la psicoterapia di gruppo offra la possibilità di fare esperienza di altri che partecipano a un occuparsi di sé e di sentirsi partecipi di modi differenti di orientarsi verso se stessi e gli altri.

* Per tanto tempo si è osservato lo sguardo del figlio che vede l’onnipotenza dei genitori, che idealizza, credo ancora si osservi poco il bisogno del genitore di essere indispensabile e fonte inesauribile di risposte per il figlio, il suo tentativo di sapere tutto, di colmare tutto, di leggere tutto quello che accade nel figlio. Il suo tentare di essere onnipresente e onnisciente, perché non deve partecipare nel piccolo all’illusione che realmente lo sia? Perché se a questa illusione partecipa il genitore, il figlio dovrebbe staccarsene?

 

01.11.2025

Dott. P. D. Stivala